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Elisa Verrazzo: donne e cultura araba

21 novembre 2017raimondolullo

Dopo aver chiacchierato su filosofia e serie tv, la nostra seconda intervista affronta una combinatoria che a una prima lettura può sembrare quasi scontata, ma che in realtà secondo noi merita un approfondimento più strutturato e consapevole: donne e cultura araba. Per farlo, abbiamo chiesto l’aiuto a Elisa Verrazzo, incontrata sulle pagine del travel magazine Nuok quando scriveva da Kuwait City.

Un breve identikit della nostra ospite: 35 anni da poco compiuti, lettrice e viaggiatrice accanita (e lasciatecelo dire, anche una talentuosa scrittrice), con una formazione in Relazioni Internazionali alle spalle. Ha lavorato per diversi anni in Italia come project manager di eventi legati alla promozione del Made in Italy per conto dell’ICE, l’Agenzia per la promozione all’estero e l’internazionalizzazione delle imprese italiane. Per seguire la sua anima gemella, dal 2011 al 2016 ha vissuto all’estero, prima in Svizzera e poi in Kuwait, dove ha deciso di riscrivere in parte la sua storia. Dopo aver frequentato dei corsi di scrittura e comunicazione presso l’American University of Kuwait ha iniziato a collaborare con diversi magazine digitali come web content editor.

Tornata a vivere a Roma, la sua città natale, oggi lavora sulla sua scrittura e continua a osservare ciò che accade nel Golfo collaborando con una società di consulenza che si occupa di educazione ed eguaglianza di genere nel mondo arabo. Dunque, chi meglio di lei può condurci in questo meraviglioso viaggio di consocenza e consapevolezza? Buona lettura!

Benvenuta Elisa, e grazie per questa chiacchierata!
Che pregiudizi avevi sulla cultura araba – se ne avevi! – e quando è cambiato il tuo sguardo?

Mi sono trasferita in Kuwait nel dicembre del 2012, ma prima di allora avevo visitato già diversi Paesi arabi, dal Nord Africa, al Medio Oriente compreso il Golfo. Faccio questa distinzione perché sebbene noi italiani tendiamo a raggruppare tutta l’area che va dal Marocco alla Penisola Arabica con la dicitura “paesi arabi” per via della lingua e della religione, in realtà sono Paesi tra loro diversi, per esempio la religione islamica è molto più rilevante e caratterizzante nella Penisola Arabica che non in Medio Oriente. Ovviamente un conto è visitare e un altro è vivere in un Paese dalla cultura araba, però l’aver viaggiato molto in quella parte di mondo mi ha fatto arrivare in Kuwait preparata sul tipo di realtà avrei trovato.

Sono arrivata senza tanti pregiudizi, ma il mio sguardo è cambiato completamente quando una ragazza mi disse che lei usava l’abaya (una tunica nera lunga fino ai piedi che è l’abito tradizionale femminile dei paesi del Golfo) quei giorni in cui non aveva tempo di abbinare tutti i colori e gli accessori per vestirsi. Tra me e me ho pensato “non siamo poi così diverse: per questa ragazza l’abaya è quello che per me è la tuta!”

Qual è la cosa più sorprendente che hai scoperto in Kuwait?

Che non esiste nessuna legge che impone alle donne di portare il velo, sebbene il Kuwait sia un paese molto conservatore dal punto di vista della religione e dei costumi. Eppure nonostante l’assenza di qualsiasi obbligo giuridico la maggior parte delle kuwaitiane non solo porta il velo, ma tantissime portano il niqab, il velo integrale che copre anche il viso e lascia scoperti solo gli occhi. Scoprendo e vivendo la società kuwaitiana ho con il tempo capito il perché di questo che ai nostri occhi da occidentali sembra un controsenso.

In Kuwait la famiglia è l’entità più importante e influente per una persona, per cui se una donna è parte di una famiglia tradizionale allora probabilmente indossa il velo come tutte le donne della sua famiglia, se invece proviene da una famiglia progressista non ha nessun obbligo familiare di portare il velo. In generale, da donna, le dinamiche legate al velo e al rapporto che con esso hanno le donne in Kuwait è la scoperta più sorprendente che ho avuto nei miei 4 anni di vita nel Golfo.

La tua giornata tipo a Kuwait City.

Durante la mia permanenza in Kuwait ho frequentato l’università americana seguendo dei corsi d’inglese, comunicazione e mass-media, quindi la mia giornata era scandita dalle lezioni al campus, la preparazione per i test di verifica e le presentazioni in classe e lo studio per gli esami finali semestrali. Inoltre ho contribuito a fondare e a promuovere un’associazione italiana per la comunità di connazionali sempre più numerosa presente in Kuwait, organizzavamo con cadenza mensile attività culturali, eventi di storytelling in italiano per i bimbi oltre che un club del libro.

Infine a partire dalla seconda metà del mio soggiorno in Kuwait ho iniziato a scrivere per Nuok, un’esperienza molto coinvolgente che mi ha permesso di raccontare attraverso articoli e foto un paese di cui in Italia si sa davvero molto poco.

In che modo è diverso il Kuwait rispetto agli altri Paesi arabi?

Il Kuwait è molto simile alle altre petromonarchie del Golfo – Arabia Saudita, Emirati Arabi, Qatar, Bahrain ed Oman – ma anche per certi aspetti differente. Innanzitutto perché rispetto agli altri paesi sopraccitati, il Kuwait ha una storia recente importante, un’occupazione ed una guerra di liberazione che hanno lasciato degli strascichi difficili da superare. Per esempio solo negli ultimi anni in Kuwait c’è stato quel boom edilizio faraonico che ha interessato città come Dubai, Abu Dhabi o Doha.

A Kuwait City si stanno ora iniziando o inaugurando progetti architettonici di livello come è successo negli altri Paesi del Golfo negli anni ’90 e nei primi anni 2000. Inoltre il Kuwait insieme all’Arabia Saudita è il paese più conservatore, dove l’alcool è severamente proibito in tutti i luoghi pubblici e privati, di conseguenza non ci sono le discoteche e i locali notturni di Dubai, né eventi sportivi internazionali come la Formula1 e il Moto GP.

E veniamo al nostro tema: donne e cultura araba.
Cosa dobbiamo sapere prima di approcciarci a questa tematica?

Purtroppo è un tema che in Italia è affrontato spesso in maniera incompleta e superficiale, per questo il mio consiglio principale è quello di approcciarsi a questa tematica con la mente libera e senza alcun pregiudizio o preconcetto. Inoltre bisogna cercare il più possibile di ricordarsi che la nostra visione del mondo è frutto di secoli di battaglie sui diritti umani e civili scaturite dall’Illuminismo.

Un importante punto da tenere sempre a mente quando si parla del rapporto donne e cultura araba è che non esistono verità assolute e irreversibili, come la teoria che tutte le donne portano il velo: come spiegavo prima molto spesso non esiste neanche un obbligo giuridico che impone alle donne di velarsi.

Ci sono situazioni familiari e sociali che da donne occidentali potremmo non capire, per esempio non mi sono mai abituata a vedere bambine anche di 8-10 anni già velate, ma non sta a noi giudicare. Movimenti per l’emancipazione femminile esistono anche nei paesi arabi, per esempio in Kuwait un’organizzazione femminile si sta battendo per l’abolizione del delitto d’onore, ma sono battaglie che devono partire dall’interno delle società arabe, noi occidentali non dobbiamo in nessun modo interferire, possiamo solo fare il tifo per queste donne coraggiose.

Nello specifico, qual è il rapporto tra donne arabe e donne occidentali in Kuwait?

Il rapporto tra donne arabe e occidentali in Kuwait almeno superficialmente è costante grazie alle numerose comunità di expat – in particolari anglosassoni – presenti nel Paese. Inoltre alcune kuwaitiane sono figlie di un genitore occidentale o sono sposate con occidentali, anche se la legge non agevola questo tipo di unione perché il diritto di cittadinanza è trasmesso solo per via paterna. Sebbene le donne kuwaitiane tendono a frequentare principalmente donne membri della propria famiglia, i contatti con le occidentali presenti nel paese sono costanti.

Quanto Occidente hai ritrovato nella loro quotidianità?

Dal punto di vista materiale tantissimo! Le kuwaitiane sono letteralmente ossessionate dai brand occidentali e, in particolare le giovani, cercano in tutti modi di tenere uno stile di vita occidentale. Amano indossare accessori di importanti stilisti internazionali e adorano andare a fare shopping in Europa: Londra e Milano sono le loro mete preferite. Posseggono smartphone di ultimissima generazione e passano la maggior parte del loro tempo libero nei lussuosi centri commerciali dove sono presenti marchi e catene di franchising occidentali.

Dal punto di vista dei costumi un po’ meno, sebbene alcune kuwaitiane non indossano il velo, tendono a rispettare nei comportamenti lo schema della società tradizionale araba, per esempio è molto difficile vedere al ristorante una tavolata mista uomini donne insieme oppure gruppi di amici e amiche a passeggio tutti insieme.

Qual è il ruolo di internet e del digitale per le donne in Kuwait?

Le donne in Kuwait sono grandissime consumatrici di internet ed amanti del mondo digitale; per esempio grazie all’utilizzo massiccio di internet e in particolare dei social network anche in Kuwait è presente il fenomeno degli influencer e delle fashion blogger, ragazze con un seguito di milioni di follower, sullo stile di Chiara Ferragni. Quasi tutte le informazioni su eventi culturali che si svolgono in città passano attraverso i social, per cui i giovani kuwaitiani – ragazze comprese – sono sempre connessi per essere aggiornati in tempo reale.

L’uso dei social è massiccio, appena arrivata nel 2012 c’era un uso esponenziale di Instagram sostituito negli anni successivi da Snapchat. Adesso Instagram è tornato di nuovo in auge grazie alla funzione stories al punto che viene utilizzato come strumento principale da giovani imprenditori ed artisti per pubblicizzare inaugurazioni od eventi. Inoltre il fatto che tutte le Instagram stories o i video di Snapchat si cancellino dopo 24 ore aiuta i giovani e le giovani kuwaitiane ad non avere eventuali problemi e a mantenere un po’ di privacy.

Quali sono i consigli che senti di dare alle donne che scelgono di viaggiare da sole in un Paese arabo?

Il mio consiglio è quello di rispettare la cultura e la popolazione locale vestendo in modo adeguato e non vistoso. Ad eccezione dell’Arabia Saudita e dell’Iran, gli altri paesi del mondo arabo non impongono obblighi d’abbigliamento specifici per le donne, usando un può di buon senso ed informandosi attraverso i siti ufficiali del governo italiano e locale si può tranquillamente vestirsi “all’occidentale” senza per questo mancare di rispetto alla gente del posto.

Infine il mio suggerimento è sempre quello di comportarsi come in una qualsiasi grande città europea: così come non vado da sola alle 3 di notte alla stazione di Roma, non sono mai andata da sola di notte al porto di Kuwait City.

Hai visitato altri Paesi della regione mediorientale?

Grazie agli anni passati in Kuwait ho avuto modo di visitare quasi tutti i paesi del Golfo: gli Emirati Arabi, il Qatar, il Bahrain e l’Oman. Il viaggio che però ha rappresentato l’esperienza più incredibile e affascinante è stato in Iran. Un paese molto diverso dalle petromonarchie del Golfo – la lingua ufficiale è il farsi e la religione più praticata è l’islam sciita – ma meraviglioso, ricco di storia, cultura e tradizioni millenarie. Uno dei paesi più belli che abbia mai visto e che spero di poter visitare nuovamente in futuro.

Per la prima volta in questi mesi le donne in Arabia Saudita potranno prendere la patente.
Qual è il tuo punto di vista?

Sarà fondamentale capire come verrà legiferato questo nuovo diritto concesso alle donne, perché non è la prima volta che il paese tenta la strada della modernità, ma poi il governo saudita ha posto talmente tanti paletti da limitare fortemente lo stesso le donne, come nel caso del diritto di andare in bicicletta: le donne saudite possono farlo solo per svago e sotto controllo di un guardiano. In generale fin quando in Arabia Saudita non sarà abolita la figura del guardiano difficilmente le donne potranno godere a pieno titolo dei propri diritti.

Aspettando giugno 2018, mese in cui entrerà in vigore il diritto di guida per le donne, è interessante vedere come in questi mesi grandi brand internazionali hanno raccontato attraverso spot e campagne pubblicitarie sui social la fine del divieto di guida delle donne saudite; per esempio nello spot della Coca-Cola un padre cede il posto di guida alla figlia per la sua prima lezione di scuola guida, un’esperienza così comune in Occidente, ma che rappresenta una novità assoluta per l’Arabia Saudita.

Da viaggiatrice, quali viaggi hai nel cassetto adesso?

Quest’estate sono stata in Ladakh, la regione a maggioranza buddista dell’India. È stata un’esperienza unica e vorrei continuare ad esplorare i vari paesi che abbracciano la cultura buddista: il Bhutan, il Myanmar, il Laos fino ad arrivare alle rovine di Angkor Wat in Cambogia.

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